Red Apple Cinema Club

Rubrica di cinema e spettacolo a cura di Mauro Di Stefano

AVVISO IMPORTANTE PER I FOLLOWERS DI RED APPLE CINEMA CLUB

Gentili amici e followers,
vi volevo comunicare che la mia rubrica di recensioni si è spostata su http://redapplecinemaclub.altervista.org/
Aspetterò un pò di giorni per il passaggio dei lettori, poi cancellerò il blog WordPress.
Spero che non mancherà nessuno sul nuovo blog di zecca, fateci subito un salto e grazie in anticipo 😉

Mauro 

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La fragilità dell’amore in Ore Cutanee di Duilio Scalici

Il compito di un recensore di cinema, forse uno dei più importanti, oltre ad essere pronto sul pezzo e portare al pubblico le novità riguardanti la settima arte, è dare luce alle nuove leve e le loro idee, molte volte sottovalutate e non giustamente lodate.
Oggi dunque vi presenterò un corto 5 di lodevole fattura, che da un pò di tempo sta acquisendo consensi in maniera virale sui vari Social Network e Youtube: Ore Cutanee di Duilio Scalici.

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Duilio è un musicista e videomaker di Palermo, già famoso per aver collaborato con Nicola Manzan ed il suo progetto Bologna Violenta girando il video di Trapianti Giapponesi, dimostrando grande coraggio di sperimentazione nel montaggio e originalità.
Questo bagaglio d’esperienza è stato portato in maniera esemplare nel corto, trattando un tema conciso e d’impatto e mantenendo la qualità in campo regia/montaggio.
Ispirandosi a Molto Forte, Incredibilmente Vicino di Foer, il giovane videomaker racconta una storia d’amore breve e fragile, carica di malinconia e passione; i protagonisti (Paolo Raeli Clara Tramontano) sono ben calati nella parte, sono molto iconici nel loro look, la scelta di sceneggiatura di renderli “muti” e far parlare delle voci narranti fuori dalla scena è ben azzeccata, facendoci concentrare pienamente sulla recitazione, sulle inquadrature, calandoci nell’atmosfera generale del corto.
La colonna sonora si sposa benissimo con il taglio di regia, rendendo il tutto molto omogeneo; i colori sono molto scuri ed ombrosi, i quali danno un carico emotivo di malinconia e tristezza alla trama.
Gli unici particolari messi in luce dunque, sono quelli dei protagonisti stessi, i quali si aggirano in un ambientazione molto vicina ai film di Lynch ma dall’emotività simile a quella di Eternal Sunshine of The Spotless Mind di Gondry.
Vi consiglio dunque caldamente la visione di questo corto, e di condividerlo il più possibile, perchè il cinema non è soltanto formato da grandi produzioni o blockbusters, ma anche da questi progetti indipendenti, che ci dimostrano che si può fare anche spettacolo in 5 minuti, con un budget quasi nullo.
Potete trovare Ore Cutanee di Duilio Scalici in questo link. Buona visione!

Shame: l’erotismo come trappola dell’anima

Nel corso di questi mesi del 2014, il nome di Steve McQueen (non il famoso attore bensì il regista) è stato quasi sulla bocca di tutti grazie al suo film 12 Anni Schiavo che ha vinto l’ambito Oscar per il miglior lungometraggio di quest’anno.
Il regista ha deciso di affrontare il tema del razzismo in maniera diretta e senza veli, convincendo la critica ed avendo responsi in gran parte positivi.
La filmografia di McQueen è veramente limitata, oltre ad aver diretto alcuni cortometraggi gli unici film che si annoverano sono Hunger (2008) e Shame (2011), entrambi molto diversi da 12 Anni Schiavo.
Se quest’ultimo porta sul grande schermo una grande piaga sociale raccontata storicamente attraverso la vita di un personaggio, Hunger invece racconta di un disagio collettivo che viene esplicato tramite lo sciopero di molti, ma sempre con un protagonista che ne fa le veci.
Shame, invece, risulta completamente diverso dai due, essendo un film di natura intimista, introspettiva, con un cast ridottissimo allo scopo di vivere l’interiorità dei protagonisti e saggiarne appieno il dramma.

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Perno della storia è Brandon Sullivan (Michael Fassbender), un giovane uomo d’affari avvezzo all’uso di droghe e con un grave disturbo di ninfomania.
Brandon risulta freddo e distaccato dalla vita reale, abbandonandosi solo alla lussuria dei suoi incontri occasionali con donne conosciute la notte nei bar, prostitute, uso spasmodico di materiale pornografico, fino ad arrivare a provare un’esperienza omosessuale.
Un sera come un’altra nel suo appartamento trova sua sorella Sissy (Carey Mulligan), cantante di professione che si stabilisce un periodo di tempo da lui, costringendolo ad assistere ad uno dei suoi concerti.
Brandon mantiene la sua promessa, accompagnato dal suo datore di lavoro David assiste alla performance della sorella che si esibisce in un emozionante cover di “New York, New York”.
Sul viso del protagonista spunta una lacrima che solca il muro di freddezza che si era creato.
La stessa sera, Sissy si concede a David per una notte di passione, cosa che turba molto Brandon nonostante sia lui il primo ad avere questi tipi di relazione nella propria vita.
Il rapporto tra i due, già controverso a priori (Sissy soffre di disturbi dell’umore e tendenze suicide), s’inasprisce sempre più, creando barriere d’alienazione e di silenzio che ci condurranno fino al drammatico finale dove Brandon scaverà dentro di sé alla ricerca delle sue colpe, dei suoi malesseri e delle sue mancanze per la sorella che chiedeva la presenza dell’uomo per un aiuto sincero.

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Come menzionato prima, il cast è limitato, ma essenziale: Fassbender ha dato il meglio di sé per questa pellicola, interpretando un personaggio disperato, disturbato, ma che ha coscienza che non potrà cambiare mai. Il ruolo ha fatto vincere all’attore l’ambita Coppa Volpi, ed ha stupito gran parte dei suoi fan, soprattutto chi come il sottoscritto lo conosceva per ruoli meno intimisti e più d’azione e fantascientifici come in Prometheus di Ridley Scott.
I temi quindi di spicco di questa pellicola sono l’alienazione, il cinismo, la solitudine ma soprattutto l’incomprensione, il motivo principale per cui Brandon e sua sorella rimangono distanti, anche se alla fine non sono del tutto diversi ed hanno a grandi linee gli stessi problemi.
Il tema del sesso fa da contorno all’intera vicenda, venendo esaltato in maniera negativa e distruttiva, anche quando Brandon incontra una persona interessata a lui ma non riesce ad avere un rapporto sessuale soddisfacente proprio per la sua chiusura emotiva.
La regia è molto curata, dai primi piani dei protagonisti ai piani sequenza per la città quando Brandon corre, il tutto accompagnato da filtri blu intensi e colori freddissimi seguendo l’introspezione del personaggio interpretato da Fassbender.
La sceneggiatura è abbastanza scarna, vi sono pochissimi dialoghi  sovrastati da scene di sesso in alcuni casi troppo lunghe ed esplicite; per fortuna la strepitosa colonna sonora riempie questi buchi, trasportandoci in maniera intensa e sognante nel dramma del protagonista.

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Shame è dunque un film introspettivo che porta sul grande schermo problemi di molte persone che cercano di nasconderli sotto il tappeto, con grande vergogna.
In alcuni casi è eccessivo, troppo disperato e con parecchi tempi morti di sceneggiatura, ma risulta comunque un film gradevole per molti, intenso e commovente per pochi.

Voto: 7/10

Red Apple Cinema Club Vs. Il Kubo di Kubrick: La magia (nera) Disney

Ogni buon recensore, ogni tanto, ha il compito di rompere un pò gli schemi, decidere di andare offtopic e parlare anche di altro, anche per non fossilizzarsi sullo stereotipo della “recensione da film”.

Oggi Giorgia Spizzicuoco de Il Kubo di Kubrick, una mia amica blogger di cui vi consiglio caldamente la pagina, mi ha lanciato una semplice ma interessante proposta che si basa sullo scrivere entrambi lo stesso articolo, con lo stesso tema che va un pò fuori gli schemi, citare l’altro e vedere il feedback che si riceve.
Il tema della questione è: sfatare l’amore “perfetto” e le illusioni giovanili che ci propone il mondo Disney nel suoi film d’animazione.
Ed io come esempio lampante per portare avanti questa tesi ho scelto Pocahontas II prodotto nel 1999.

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Si sa che tutti i sequel targati Disney, oltre ad aver fatto un buco nell’acqua, siano dei veri e propri flop non all’altezza dei suoi predecessori.
Ma Pocahontas II, oltre ad essere un film d’animazione mediocre, porta con sè alcuni elementi dissacranti che si distanziano dalle tematiche classiche Disney le quali sono l’amore, la bontà d’animo, la semplicità e l’umiltà dei personaggi stessi.
Che il film sia stato proposto all’albore del nuovo secolo ci fa sottolineare la metafora della nascita di una nuova generazione che pretende e vuole vedere altri contenuti morali.
Spendiamo un attimo due parole sul primo film di Pocahontas: la nostra eroina scopre l’amore per un uomo estraneo a lei e per le sue radici, combatte per il suo popolo e per la giustizia contro gli invasori.
In Pocahontas II tutti questi valori “sani” crollano, portandoci in un mondo diverso fatto da valori più vicini a quelli “reali”.
Minimizzando la trama abbastanza banale, Pocahontas conosce John Rolfe, un colono, che prende il posto di John Smith, l’amore del primo film che in questo sequel scompare ad inizio pellicola.
Arrivati alla conclusione della storia, John Smith farà il suo ritorno ma Pocahontas deciderà di lasciarlo per il nuovo John, con pochi rimpianti.

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Ed ecco il primo dei due punti cruciali riguardo nelle nuove tematiche: il crollo dell’amore “eterno” e “puro”, tanto decantato in altre pellicole Disney come Biancaneve o Cenerentola.
Una bambina che inserisce il dvd di Pocahontas si ritroverà davanti la verità che, conosciuto l’amore della sua vita, potrà essere facilmente rimpiazzato da qualcun’altro di nuovo.
Tralasciando l’ironia del fatto che gli uomini abbiano lo stesso nome, passiamo al secondo punto importante: il consumismo e l’abbandono dei valori puri e semplici.
Pocahontas, raggiunto il mondo nuovo, scopre una civiltà evoluta, l’abbraccia con entusiasmo, si scorda le sue origini e si ricopre di lusso materiale.

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Un duro colpo dunque alla morale della semplicità, dell’amore della famiglia (nel suo caso la tribù) e alla purezza dell’animo che viene corrotta dal materialismo della civiltà moderna.
Chiudendo dunque questa piccola parentesi su questo tema, vi invito a leggere l’articolo di Giorgia appunto sul link sopra citato e vi lascio ai commenti!

Le locandine dei film animate

Un martire col cappello da Cowboy

Il 2 Marzo 2014 si è tenuta la serata degli Oscar, che ha presentato tutti i film di altissimo pregio che sono stati proiettati nelle sale per tutto il 2013.
Molti di voi appassionati avranno sicuramente seguito la serata in diretta facendo le ore piccole, rimanendo più o meno soddisfatti delle statuette d’oro che sono state distribuite.
La fetta di popolo maggiore tra quelli che hanno messo il broncio alle premiazioni sono sicuramente i fans di Leonardo Di Caprio, vedendo sfumare per l’ennesima volta la possibilità per il versatile attore di portarsi a casa il tanto ambito premio.
La giuria ha preferito a lui Matthew McCounaghey, sollevando un polverone di polemiche e facendo gridare molti all’ingiustizia.
Persino il sottoscritto era piuttosto scettico di questo Oscar vinto, incluso anche quello come attore non protagonista di Jared Leto, fino a quando non ho portato nel mio piccolo di schermo Dallas Buyers Club e dopo la visione, ho abolito tutti i miei pregiudizi a riguardo.

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Il film di Jean-Marc Vallèe non vanta soltanto un cast d’eccezione che l’ha portato a vincere due Oscar, ma presenta anche una trama solida, ben articolata, drammatica ma con un messaggio forte e allo stesso tempo sensibile.
La storia (tratta da fatti reali) racconta di Ron (Matthew McCounaghey), un texano rude avvezzo all’uso di alcool, droghe e sesso non protetto.
Sarà proprio un incontro con una prostituta tossicodipendente a fargli contrarre la malattia dell’ HIV, facendolo cadere in un tunnel di disperazione ed incredulità. In un primo momento Ron non accetta la sua malattia essendo estremamente omofobo e non volendosi etichettare come qualcuno che ha qualcosa in comune con gli omosessuali, poi capendo la gravità di ciò che lo affligge decide di far di tutto per curarsi.
Perdendo il lavoro ed anche gli amici (pure loro omofobi), il nostro protagonista verrà aiutato da Rayon (Jared Leto) un travestito che sta subendo la sua stessa sorte e la dottoressa Eve (Jennifer Garner), un’ausiliare ospedaliera che, stanca della corruzione dei dottori sul campo dei farmaci, si schiera dalla parte di Ron.
Quest’ultimo dopo essersi curato ed aver preso contatti in Messico, viaggerà per tutto il mondo alla ricerca di una cura per i sieropositivi dell’HIV, cercando di far si che i malati possano curarsi da soli e che i medici non propongano a loro farmaci che risultano velenosi.
Fonda il Dallas Buyers Club.

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Dunque la sceneggiatura tratta un tema abbastanza forte, che pochissimi hanno avuto il coraggio di portare sul grande schermo, forse l’unico suo predecessore degno di nota è stato Philadelphia  di Demme con uno straordinario Tom Hanks.
Che il tutto sia basato su una storia vera rende il film più credibile e dona un tono più drammatico alla situazione, lasciandoci immedesimare nelle vicende di Ron in maniera uniforme.
La contrapposizione uomo rude omofobo/comunità omosessuale che crolla e diventa una cosa soltanto è di grandissimo impatto: ci ritroviamo in meno di mezz’ora a guardare due realtà completamente differenti che per un malaugurato caso si fondono, facendoci capire che anche una persona tarata e con mille pregiudizi come Ron può cambiare, quando vive sulla sua pelle problemi che affliggono altre persone.
McCounaghey e Leto sono straordinari, e non sto parlando soltanto della loro mutazione fisica.
Per girare il film il primo ha perso quasi venti chili ed il secondo tredici, diventando persone irriconoscibili, quasi scheletrici, rendendoli verosimili a persone affette da HIV.
Molti hanno detto che l’Oscar l’hanno vinto per questa prova di coraggio fisica, ma si sbagliano: i due hanno portato sul grande schermo un interpretazione toccante, genuina e soprattutto veritiera, l’affetto e l’immedesimazione con i due non tarda ad arrivare da parte dello spettatore.
Ed un plauso va soprattutto a Jared Leto nel difficilissimo ruolo di Rayon, con il quale ci ha mostrato grandi doti d’attore che venivano oscurate da ruolo terziari come ad esempio in Fight Club.

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La regia è sognante, nella prima parte del film completamente dedita alla figura di Ron ed il suo dolore per poi aprirsi verso gli altri personaggi; degni di nota i primissimi piani che ci accompagnano per tutta la visione, una scelta di regia eccellente per mostrare le emozioni ed i drammi dei personaggi.
La colonna sonora è molto varia, scelta con grandissima cura, tra i vari pezzi troviamo anche City Of Angels dei 30 Seconds To Mars, il gruppo di cui il leader è Jared Leto.
La critica è stata davvero di buon cuore con questa produzione cinematografica e non posso far altro che accodarmi al il suo giudizio: Dallas Buyers Club è un film che deve essere visto, principalmente perchè è una gioia per gli occhi e per il cuore, ma soprattutto per il suo forte messaggio educativo contro l’omofobia e il monopolio farmaceutico.

Voto: 9/10